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Sicurezza atomica e energia del futuro
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i_man

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MessaggioInviato: 14 Set 2011 16:42:23    Oggetto:  Sicurezza atomica e energia del futuro
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Il 12 settembre scorso, un'esplosione avvenuta nel sito nucleare di Marcoule, nel sud della Francia, ha provocato la morte di una persona e il ferimento di altre quattro.
L'Autorita' per la sicurezza nucleare francese ha diffuso un comunicato, dicendo che nella zona non ci sono state perdite radioattive e l'incidente si puo' considerare chiuso.
Purtroppo troppo spesso le bugie hanno carattrizzato eventi (quasi) catastrofici come questi.
A titolo di pura cronaca, dal primo incidente in Canada alla catastrofe di Chernobyl, ecco un elenco degli incidenti piu' gravi:

- 12 dicembre 1952: Chalk River di Ottawa, Canada. Il primo incidente nucleare serio ad un reattore, con la parziale fusione del nucleo. Nessuna vittima.

- 30 settembre 1957: Mayak, Monti Uralia (Ex Urss). E' il secondo incidente piu' grave nella storia, causa 200 morti e contamina 90 km quadrati. 10mila persone vengono evacuate mentre migliaia di km quadrati sono esposti alle radiazioni.

- 28 marzo 1979: Three Mile Island ad Harrisburg, in Pennsylvania. E' il piu' grave incidente avvenuto negli Stati Uniti. Il surriscaldamento di un reattore provoca la parziale fusione del nucleo e la creazione di una nube radioattiva di 30 km quadrati: migliaia di abitanti vengono evacuati.

- 8 marzo 1981: Tsuruga, Giappone: Una fuga di residui radioattivi contamina 280 persone, ma la notizia viene resa nota dalle autorita' sei settimane dopo.

- 26 aprile 1986: Chernobyl, Ucraina. Il surriscaldamento provoca la fusione del nucleo del rettore e l'esplosione del vapore radioattivo. Si forma una nube radioattiva che investe l'area raggiungendo l'Europa. Centinaia di migliaia di persone vengono esposte a radiazioni ed evacuate dai territori contaminati. Ancora oggi e' sconosciuto il numero esatto dei morti. L'Onu stima almeno 9mila morti per cancro. Per Greenpeace il cancro e altre malattie causate dalle radiazioni avrebbero ucciso, nel corso degli anni, almeno 200mila persone.

- 30 settembre 1999: Tokaimura, Giappone. Una fuga di uranio dalla centrale provoca la morte di due operai e la contaminazione di altre 438 persone.

- 9 agosto 2004: Mihama, Giappone. Una fuga di vapore ad alta pressione nella sala delle turbine del reattore provoca la morte di 5 operai, mentre altri 7 vengono ricoverati in gravissime condizioni.

- 23 luglio 2008: Tricastin, Francia. Contaminati 100 operai, irradiati da cobalto 58 a causa di una perdita del reattore numero 4. Sempre qui, il 2 luglio 2011, l'esplosione di un trasformatore elettrico esterno al reattore nucleare provoca un incendio che viene pero' rapidamente spento.

- 11 marzo 2011: Fukushima, Giappone. Un terremoto e il conseguente tsunami investono il Giappone nord-orientale, provocando gravi danni alla centrale nucleare di Fukushima. Migliaia le vittime nella zona, con decine di migliaia di sfollati e pesanti ricadute sul sistema produttivo a causa delle radiazioni.


La stragrande maggioranza degli italiani ha (ri)votato NO all'energia nucleare; molti paesi a noi vicini han deciso di abbandonare progressivamente il nucleare: significa che il rapporto benefici/rischi non è poi così tollerabile. Continueremo allora a dipendere dai tradizionali combustibili fossili e idrocarburi (con buona pace dell'ambiente) o si riuscirà a fare una reale politica industriale (in Italia? ahinoi...) per le energie pulite?


PS: mi piacerebbe davvero che qualche scienziato trovasse una soluzione tecnologica per gestire l'antimateria: ci sarebbe energia gratis per tutti... ma lo so, questa è purtroppo un'utopia Mad

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MessaggioInviato: 14 Set 2011 16:42:23    Oggetto: Adv





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i_man

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MessaggioInviato: 14 Set 2011 16:46:14    Oggetto:  
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Per chi fosse interessato all'antimateria, l'unica vera energia alternativa per un futuro più sicuro:
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MessaggioInviato: 14 Set 2011 21:44:07    Oggetto:  
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Antimateria? Come sull'Enterprise! Scotty, sistema i cristalli di dilitio! Very Happy
Qui siamo sulla fantascienza... credo sia possibile creare minuscole frazioni d'antimateria negli acceleratori di particelle, tuttavia la loro vita media è, ovviamente, infinitesima.
In un articolo di "Le Scienze" ho letto di centrali a fusione nucleare, fattibili in un possibile, forse lontano, futuro.
Esistono altre alternative, ma il problema è: le grosse multinazionali ne permetteranno la proliferazione? Con il petrolio si fanno ancora montagne di soldi.

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Api70

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MessaggioInviato: 15 Set 2011 09:46:57    Oggetto:  
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Per tutti quelli come me...che erano convinti che i "raggi gamma" fossero quelli del Grande Mazinga.....ihihihih Laughing Laughing ......andatevi a leggere sta robina qua sotto...è spiegato in modo chiaro e semplice....e stranamente, visto l'argomento, anche piacevole!!!.... Smile Smile

"Che cosa è l’antimateria, perché la si studia – è una fonte di energia possibile e migliore del nucleare?
L’antimateria non è un concetto complicato da capire.
La materia ordinaria che siamo abituati a vedere ovunque giriamo la testa, come sappiamo, è composta da particelle invisibili a occhio nudo: elettroni, protoni, neutroni, ecc. Sono i fondamenti della vita e degli oggetti inanimati. Ognuna di queste particelle ha una carica che può essere positiva (come il protone) o negativa (come l’elettrone).
Ora immaginatevi un universo dove esistono particelle opposte a queste. Si trova, per esempio, una forma di elettrone che ha carica negativa invece di positiva. Questo tipo di particelle non è esclusivo della fantascienza, anzi l’esistenza delle anti-particelle è stata dimostrata in laboratorio, dove sono riusciti addirittura a ricrearle da zero.
L’antimateria è quindi l’insieme delle anti-particelle. Per distinguere questi elementi da quelli ordinari, è stato loro assegnato un nuovo nome. I positroni sono gli antielettroni, gli antiprotoni e gli antineutroni, come dicono i nomi, si oppongono ai protoni e ai neutroni (cioè hanno carica elettrica opposta alla loro).
Perché l’antimateria è importante?
Quando materia e antimateria si incontrano, le loro particelle si annichiliscono, cioè si distruggono a vicenda liberando energia (raggi gamma) – in alternativa possono creare nuove particelle, la cui somma di energia sia uguale a quella di partenza, ma in questa sede ci interessa più che altro il primo caso.
La teoria più affermata parte dalle origini del nostro universo e spiega che, quando il Big Bang è “esploso”, la materia era affiancata dall’antimateria. Subito dopo hanno cominciato ad “annullarsi” tra loro. Poiché l’universo che conosciamo al giorno d’oggi è fatto di materia, è chiaro che la quantità di materia doveva essere superiore a quella di antimateria.
Da piccole quantità di materia e antimateria fatte scontrare, si riesce a produrre una discreta quantità di energia, di sicuro di molto superiore a quella prodotta tramite le reazioni nucleari. Facendo una stima, avremo circa settanta volte l’energia ottenuta dalla fusione nucleare dell’idrogeno e addirittura quattro miliardi di volte quella prodotta usando il petrolio.
Come potete notare dai numeri, se trovassimo un sistema economico per l’utilizzo dell’antimateria come combustibile, avremmo risolto gran parte degli attuali problemi energetici.
Ma i vantaggi non finiscono qui. Visto che ci basta poca antimateria per creare una grande energia, un mezzo avrebbe a disposizione un’enorme quantità di combustibile stipata in poco spazio.
Pensate, per esempio, se fosse stipata in una navicella spaziale: tra i problemi moderni, c’è la necessità di garantire una quantità di combustibile adatto per un viaggio di andata e di ritorno, ma con l’antimateria potremmo compiere viaggi ben più lunghi degli attuali.
Il suo limite sta però nella complessità di utilizzo. Servono acceleratori di particelle molto costosi (circa 25 miliardi di dollari per ogni grammo) e, soprattutto, che hanno bisogno di una quantità di energia di immissione superiore a quella che verrà prodotta. E’ come dire «impiego uno sforzo di 10 per produrre 5».
Un altro problema da affrontare è come immagazzinare l’antimateria, perché non appena entra in contatto con la materia, entrambi annichiliscono.
Sembra esserci però una speranza. Giusto pochi giorni fa, il 4 giugno 2011, il Cern di Ginevra ha potenziato il suo esperimento Alpha, che già a novembre aveva intrappolato atomi di anti-idrogeno per 172 millisecondi. Nell’arco di pochi mesi, il progetto ha dato ottimi frutti: trecento atomi di anti-idrogeno sono stati intrappolati per oltre 16 minuti.
Come hanno potuto tenere alla larga l’anti-idrogeno con la materia? Il risultato lo dobbiamo a campi magnetici, che hanno creato una sorta di gabbia ermetica. Se infatti fossero liberi di muoversi, avremmo un continuo annichilimento. In pratica è stato creato una sorta di tunnel magnetico, in cui l’anti-idrogeno veniva spinto per incontrare l’idrogeno, in modo da studiare gli effetti di quello che veniva prima e dopo lo scontro.
Un grosso passo avanti, ma ancora insufficiente.
Altri esperimenti sono compiuti dal Cern per riuscire effettivamente a manipolare l’antimateria in modo economico e pratico. A temperature estremamente basse e con la dovuta tecnologia è probabile che si riuscirà a congelare le anti-particellare per diverse ore.
Succederà in futuro, ma succederà, perché – come la storia insegna – qualsiasi cosa l’uomo riesce a concepire, prima o poi riesce anche a realizzarlo."



Benissimo!!!!.....Ora!!!.....Non vorrei fare la pessimista della situazione...ma stranamente quando poi riescono a realizzarlo e tutti sono felici e contenti....poi all'improvviso si scopre che fa malissimo all'organismo umano!!!!.....Ma non ce lo potrebbero dire prima di spendere una barcata di soldi???!!!.... Rolling Eyes ...O non si poleeee?????....... Wink Laughing Laughing

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Il sorriso... è la distanza più breve tra due persone!!.....
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Alessandra

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MessaggioInviato: 15 Set 2011 23:53:49    Oggetto:  
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Vero ma il nucleare e' veramente pericoloso e difficilmente controllabile, a me fa molta paura, vorrei che si trovassero energie alternative il piu' innocue possibili
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i_man

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MessaggioInviato: 08 Mag 2012 10:01:38    Oggetto:  
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Il Giappone stacca la spina del nucleare e per la prima volta in 42 anni da oggi non avrà energia elettrica generata dall’atomo.
Non è una decisione definitiva ma potrebbe diventarlo, anche se è tuttora in programma il riavvio di due reattori nella prefettura di Fukui. Il disastro della centrale nucleare di Fukushima, danneggiata dallo tsunami del marzo 2011, ha cambiato la politica energetica del Paese, riaprendo il dibattito sulla sicurezza dell’atomo anche nel resto del mondo, soprattutto quello occidentale.
In Italia un referendum ha liquidato la questione con un «no» generale, la Germania ha annunciato l’addio al nucleare nel 2022. Vediamo cosa deciderà il nuovo corso francese.

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MessaggioInviato: 02 Ott 2012 09:54:29    Oggetto:  
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Da poco son passati gli anniversari di quelle che possono dichiararsi "tragedie dell'umanità": lo sgancio delle bombe atomiche sul Giappone.

E' più recente lo show all’Onu di Netanyahu contro il nucleare in Iran, e l’ingresso nel club dell’Atomica di paesi sempre più instabili. Tutto ciò fa crescere il timore dell’Apocalisse, già temuta in passato durante la Guerra Fredda tra USA e URSS. Ora ritorna prepotente e così colgo l'occasione di pubblicare un articolo che oltre a far meditare, ci ricorda quanto l'umanità sia autolesionista in nome di presunti "dei" o di effimeri poteri.


Citazione:

Credevamo di averla esorcizzata o almeno rinchiusa nella cripta degli incubi di una generazione, ma l’arma della fine del mondo è sempre qui con noi. Quella Bomba che torna ad allungare la propria ombra sul nostro tempo, proiettata oggi dall’Iran, non ci lascerà mai e non potrà essere mai “disinventata”.
La sera del 6 agosto 1945, quando esordì nella storia polverizzando Hiroshima, il presidente americano Harry Truman «ringraziò Dio» per averla «data a noi invece che ai nostri nemici» e pregò perché quello stesso Dio «ci guidasse a usarla per i Suoi fini». È una tragica ironia se oggi coloro che la vorrebbero, e forse la stanno producendo, invochino di nuovo il nome di un Dio che somiglia a quella divinità che uno sconvolto Robert Oppenheimer, guardandola esplodere, definì «il distruttore di mondi».
Dalla “Jornada del Muerto”, il viaggio del morto come si chiamava il deserto del New Mexico nel quale esplose il prototipo, alla cruda illustrazione dei possibili progressi iraniani fatta da Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite giovedì scorso, la “Bomba” è il filo rosso, il fiume di lava sotterraneo che da ormai quasi settant’anni lega la nostra storia e corre sotto la crosta delle tante, piccole guerre, senza eruttare. L’umanità, dopo averne visti gli effetti su due città giapponesi, aveva capito, come tutti i “War Games”, le simulazioni, avevano dimostrato, che nessuno può vincere una guerra atomica. Ma la tentazione dell’onnipotenza che il possesso dell’atomica genera è stato più forte della ragione.Quell’arma che anche Albert Einstein implorò Franklin Delano Roosevelt di costruire, nel 1939, prima che ci riuscisse Hitler, si è diffusa come una pestilenza che nessun Trattato anti-proliferazione, nessun accordo fra i primi detentori, Usa e Urss, nessuna agenzia internazionale sono mai riusciti a circoscrivere. Se ora i rottami dell’Unione Sovietica e gli Stati Uniti hanno ridotto la demenziale quantità di testate dal picco di 60mila raggiunto alla fine della Guerra Fredda a un totale — pur sempre insensato — di 10mila totali, il “Club Atomico” ha continuato ad accogliere nuovi e sempre più instabili membri. La “Bomba” è da tempo negli arsenali di Cina, Francia e Regno Unito, le sole tre nazioni, oltre a Russia e Usa, autorizzate a possederne. Ma ne hanno a dozzine l’India e il Pakistan, con i vettori balistici necessari per lanciarle, Israele, molto probabilmente la Corea del Nord e, se il premier israeliano ha ragione, fra meno di un anno anche l’Iran. Tentarono di produrla, o di acquisirla, la Siria del vecchio Assad, la Libia di Gheddafi e l’Iraq di Saddam Hussein, prima del 1991. Di fronte al gonfiarsi del fiume di lava radioattiva sotterranea, e ai rivoli che affiorano dalla crepe della crosta, aperte sempre e naturalmente per “legittima difesa” secondo i proprietari, oggi fa quasi tenerezza rivedere le immagini, e rivivere i ricordi, dei decenni nei quali noi tutti “figli dell’Atomica” siamo cresciuti. I filmetti di propaganda internazionale e interna prodotti dal Pentagono e dall’Agenzia per l’energia nucleare americana riflettono prima il sussiego della potenza che si credeva monopolista della Bomba nel nome di Dio e poi raccontano il panico, di fronte alla scoperta che appena quattro anni dopo Hiroshima e Nagasaki, esplose nel 1949 “Pervaya Molniya”, il “Primo Fulmine”, la copia di “Fat Boy”, l’ordigno che annientò Nagasaki. Nei cartoni animati proiettati nelle scuole, negli uffici, nelle fabbriche americani, bambini e adulti erano invitati dalla tartaruga Bert a fare come lei, a cercare rifugio, in mancanza di guscio, sotto i letti, i banchi, le scrivanie. “Duck and Cover”, abbassati e copriti, divenne la colonna sonora per milioni di americani cresciuti nella certezza che i “rossi” volessero annientarsi. Duecentoventi modelli diversi di rifugi anti-atomici, da semplice cassoni individuali foderati di piombo a mini- bunker di cemento armato che padri di famiglia con la vanga e madri alla betoniera costruivano in giardino, offrivano l’effimera speranza di sopravvivere almeno per qualche giorno all’attacco. Senza pensare a che cosa avrebbero trovato quando sarebbero usciti. I più fortunati, fu detto all’epoca, sono quelli che moriranno subito, in un attacco nucleare. La psicosi da annientamento atomico fu il prezzo che l’Europa occidentale, e l’America, pagarono come contrappasso alla propria ritrovata prosperità. Attori nei panni di medici spiegavano che l’ansia da bomba era “atomite”, una forma di paranoia che ingigantiva gli effetti della radiazioni. Ammiragli spiegavano agli abitanti dell’atollo di Bikini, dove fu testata la ancora più micidiale, prima bomba all’idrogeno, che tutto era fatto per il loro bene. Nel documentario del 1982, Atomic Cafè si vede la sequenza commovente degli indigeni di Bikini che se ne vanno, deportati su una nave della Marina americana cantando in coro “You are my sunshine”, “Tu sei il mio sole”. Certamente ignorando che quella bomba avrebbe raggiunto e superato la luminosità e il calore proprio del Sole. Fu dopo l’incontro fra Reagan e Gorbaciov, prima a Ginevra nel 1985 quando i due leader si appartarono soltanto con gli interpreti in una casetta nel bosco e soprattutto a Reykjavik, in Islanda, dove Reagan sbigottì il russo, e i propri generali, proponendo l’Opzione Zero, la distruzione dell’intero arsenale, che la lava sarebbe tornata a scorrere sotto la superficie. Finalmente si poteva esalare, dopo avere trattenuto il fiato per quarant’anni, quando tre volte il mondo era arrivato a pochi minuti dallo scenario Stranamore, dallo scontro nucleare. Avevamo sfiorato il volto di Armageddon nella Corea dove lo stesso Truman aveva ipotizzato l’uso di armi atomiche per fermare i cinesi, prima di ripensarci e di licenziare in tronco il generalissimo MacArthur, che insisteva. Lo vedemmo sogghignare nelle acque del Caribe nel 1963, dove l’invasione americana di Cuba era già pronta, prima che le navi di Krusciov invertissero la rotta, e gli americani ignoravano che reparti sovietici sull’isola già possedevano piccole testate tattiche antisbarco. Ai pezzi grossi della Casa Bianca erano già stati distribuiti i “pass”, le chiavi magnetiche, per entrare nella caverne predisposte sui monti Catoctin del Maryland. E pochi seppero che nel 1980, nelle ore della ribellione polacca che avrebbe demolito l’impero sovietico, una manovra di routine delle forze Nato fu fraintesa dai generali russi come la preparazione di un assalto in forze. La risposta nucleare preventiva era già pronta, prima che una disperata spia russa nel quartiere generale proprio della Nato a Evere, in Belgio, riuscisse a convincere Mosca che erano soltanto manovre. Per quasi vent’anni, dalla morte di Breznev nel 1982 al 2001, l’ombra di Hiroshima era sembrata rimpicciolirsi, il fiume lavico raffreddarsi, quando anche la Cina della Rivoluzione Culturale si era convertita al «fate i soldi, non la guerra». Ma in un giorno di settembre a Manhattan, l’isola che dette il nome al progetto atomico, in un’altra mattinata chiara come quella di agosto sopra Hiroshima, i piazzisti della ennesima guerra santa hanno riaperto il timore che qualcuno, incurante di vite e di morti, possa riprendere in mano quel filo rosso. Le lancette di quell’orologio della fine del mondo che dal 1947 i fisici dell’Università di Chicago, dove Enrico Fermi lavorò, regolano, si sono rimesse in movimento e la mezzanotte non era mai stata così vicina. Il dottor Stranamore è emigrato, ma continua a lavorare.

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Da poco son passati gli anniversari di quelle che possono dichiararsi "tragedie dell'umanità": lo sgancio delle bombe atomiche sul Giappone.

E' più recente lo show all’Onu di Netanyahu contro il nucleare in Iran, e l’ingresso nel club dell’Atomica di paesi sempre più instabili. Tutto ciò fa crescere il timore dell’Apocalisse, già temuta in passato durante la Guerra Fredda tra USA e URSS. Ora ritorna prepotente e così colgo l'occasione di pubblicare un articolo che oltre a far meditare, ci ricorda quanto l'umanità sia autolesionista in nome di presunti "dei" o di effimeri poteri.


Citazione:

Credevamo di averla esorcizzata o almeno rinchiusa nella cripta degli incubi di una generazione, ma l’arma della fine del mondo è sempre qui con noi. Quella Bomba che torna ad allungare la propria ombra sul nostro tempo, proiettata oggi dall’Iran, non ci lascerà mai e non potrà essere mai “disinventata”.
La sera del 6 agosto 1945, quando esordì nella storia polverizzando Hiroshima, il presidente americano Harry Truman «ringraziò Dio» per averla «data a noi invece che ai nostri nemici» e pregò perché quello stesso Dio «ci guidasse a usarla per i Suoi fini». È una tragica ironia se oggi coloro che la vorrebbero, e forse la stanno producendo, invochino di nuovo il nome di un Dio che somiglia a quella divinità che uno sconvolto Robert Oppenheimer, guardandola esplodere, definì «il distruttore di mondi».
Dalla “Jornada del Muerto”, il viaggio del morto come si chiamava il deserto del New Mexico nel quale esplose il prototipo, alla cruda illustrazione dei possibili progressi iraniani fatta da Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite giovedì scorso, la “Bomba” è il filo rosso, il fiume di lava sotterraneo che da ormai quasi settant’anni lega la nostra storia e corre sotto la crosta delle tante, piccole guerre, senza eruttare. L’umanità, dopo averne visti gli effetti su due città giapponesi, aveva capito, come tutti i “War Games”, le simulazioni, avevano dimostrato, che nessuno può vincere una guerra atomica. Ma la tentazione dell’onnipotenza che il possesso dell’atomica genera è stato più forte della ragione.Quell’arma che anche Albert Einstein implorò Franklin Delano Roosevelt di costruire, nel 1939, prima che ci riuscisse Hitler, si è diffusa come una pestilenza che nessun Trattato anti-proliferazione, nessun accordo fra i primi detentori, Usa e Urss, nessuna agenzia internazionale sono mai riusciti a circoscrivere. Se ora i rottami dell’Unione Sovietica e gli Stati Uniti hanno ridotto la demenziale quantità di testate dal picco di 60mila raggiunto alla fine della Guerra Fredda a un totale — pur sempre insensato — di 10mila totali, il “Club Atomico” ha continuato ad accogliere nuovi e sempre più instabili membri. La “Bomba” è da tempo negli arsenali di Cina, Francia e Regno Unito, le sole tre nazioni, oltre a Russia e Usa, autorizzate a possederne. Ma ne hanno a dozzine l’India e il Pakistan, con i vettori balistici necessari per lanciarle, Israele, molto probabilmente la Corea del Nord e, se il premier israeliano ha ragione, fra meno di un anno anche l’Iran. Tentarono di produrla, o di acquisirla, la Siria del vecchio Assad, la Libia di Gheddafi e l’Iraq di Saddam Hussein, prima del 1991. Di fronte al gonfiarsi del fiume di lava radioattiva sotterranea, e ai rivoli che affiorano dalla crepe della crosta, aperte sempre e naturalmente per “legittima difesa” secondo i proprietari, oggi fa quasi tenerezza rivedere le immagini, e rivivere i ricordi, dei decenni nei quali noi tutti “figli dell’Atomica” siamo cresciuti. I filmetti di propaganda internazionale e interna prodotti dal Pentagono e dall’Agenzia per l’energia nucleare americana riflettono prima il sussiego della potenza che si credeva monopolista della Bomba nel nome di Dio e poi raccontano il panico, di fronte alla scoperta che appena quattro anni dopo Hiroshima e Nagasaki, esplose nel 1949 “Pervaya Molniya”, il “Primo Fulmine”, la copia di “Fat Boy”, l’ordigno che annientò Nagasaki. Nei cartoni animati proiettati nelle scuole, negli uffici, nelle fabbriche americani, bambini e adulti erano invitati dalla tartaruga Bert a fare come lei, a cercare rifugio, in mancanza di guscio, sotto i letti, i banchi, le scrivanie. “Duck and Cover”, abbassati e copriti, divenne la colonna sonora per milioni di americani cresciuti nella certezza che i “rossi” volessero annientarsi. Duecentoventi modelli diversi di rifugi anti-atomici, da semplice cassoni individuali foderati di piombo a mini- bunker di cemento armato che padri di famiglia con la vanga e madri alla betoniera costruivano in giardino, offrivano l’effimera speranza di sopravvivere almeno per qualche giorno all’attacco. Senza pensare a che cosa avrebbero trovato quando sarebbero usciti. I più fortunati, fu detto all’epoca, sono quelli che moriranno subito, in un attacco nucleare. La psicosi da annientamento atomico fu il prezzo che l’Europa occidentale, e l’America, pagarono come contrappasso alla propria ritrovata prosperità. Attori nei panni di medici spiegavano che l’ansia da bomba era “atomite”, una forma di paranoia che ingigantiva gli effetti della radiazioni. Ammiragli spiegavano agli abitanti dell’atollo di Bikini, dove fu testata la ancora più micidiale, prima bomba all’idrogeno, che tutto era fatto per il loro bene. Nel documentario del 1982, Atomic Cafè si vede la sequenza commovente degli indigeni di Bikini che se ne vanno, deportati su una nave della Marina americana cantando in coro “You are my sunshine”, “Tu sei il mio sole”. Certamente ignorando che quella bomba avrebbe raggiunto e superato la luminosità e il calore proprio del Sole. Fu dopo l’incontro fra Reagan e Gorbaciov, prima a Ginevra nel 1985 quando i due leader si appartarono soltanto con gli interpreti in una casetta nel bosco e soprattutto a Reykjavik, in Islanda, dove Reagan sbigottì il russo, e i propri generali, proponendo l’Opzione Zero, la distruzione dell’intero arsenale, che la lava sarebbe tornata a scorrere sotto la superficie. Finalmente si poteva esalare, dopo avere trattenuto il fiato per quarant’anni, quando tre volte il mondo era arrivato a pochi minuti dallo scenario Stranamore, dallo scontro nucleare. Avevamo sfiorato il volto di Armageddon nella Corea dove lo stesso Truman aveva ipotizzato l’uso di armi atomiche per fermare i cinesi, prima di ripensarci e di licenziare in tronco il generalissimo MacArthur, che insisteva. Lo vedemmo sogghignare nelle acque del Caribe nel 1963, dove l’invasione americana di Cuba era già pronta, prima che le navi di Krusciov invertissero la rotta, e gli americani ignoravano che reparti sovietici sull’isola già possedevano piccole testate tattiche antisbarco. Ai pezzi grossi della Casa Bianca erano già stati distribuiti i “pass”, le chiavi magnetiche, per entrare nella caverne predisposte sui monti Catoctin del Maryland. E pochi seppero che nel 1980, nelle ore della ribellione polacca che avrebbe demolito l’impero sovietico, una manovra di routine delle forze Nato fu fraintesa dai generali russi come la preparazione di un assalto in forze. La risposta nucleare preventiva era già pronta, prima che una disperata spia russa nel quartiere generale proprio della Nato a Evere, in Belgio, riuscisse a convincere Mosca che erano soltanto manovre. Per quasi vent’anni, dalla morte di Breznev nel 1982 al 2001, l’ombra di Hiroshima era sembrata rimpicciolirsi, il fiume lavico raffreddarsi, quando anche la Cina della Rivoluzione Culturale si era convertita al «fate i soldi, non la guerra». Ma in un giorno di settembre a Manhattan, l’isola che dette il nome al progetto atomico, in un’altra mattinata chiara come quella di agosto sopra Hiroshima, i piazzisti della ennesima guerra santa hanno riaperto il timore che qualcuno, incurante di vite e di morti, possa riprendere in mano quel filo rosso. Le lancette di quell’orologio della fine del mondo che dal 1947 i fisici dell’Università di Chicago, dove Enrico Fermi lavorò, regolano, si sono rimesse in movimento e la mezzanotte non era mai stata così vicina. Il dottor Stranamore è emigrato, ma continua a lavorare.

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Alessandra

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MessaggioInviato: 02 Ott 2012 16:04:39    Oggetto:  
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Api70

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MessaggioInviato: 03 Ott 2012 11:36:33    Oggetto:  
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Ricorderò sempre un testo scritto da una donna di Hiroshima che all'epoca aveva solo 15 anni e aveva un orrizzonte di possibilità davanti e che invece alle 8.00 di mattina di uno sventurato giorno, una luce tipo un lampo...ma che lampo non era ...le aveva portato via tutto quello che aveva, compreso la pelle di dosso, lasciandola sfigurata ed emarginata per tutto il resto della sua vita, anche se, come lei stessa ammetteva, quella che era stata costretta a vivere da quel giorno, non era più vita.
Ricordo che il testo era molto crudo e lasciava amarezza in chi lo leggeva. Alla giornalista che le chiedeva perchè avesse deciso di rilasciare quell'intervista, la donna rispose che lo faceva perchè voleva che nessuna delle generazioni future dimenticasse quello che le era successo. Voleva che la gente sapesse quello che la Bomba aveva provocato e che non dimenticasse mai.
Alla luce dei fatti recenti e leggendo questo articolo, mi chiedo quanto perfettamente inutile sia stato il suo gesto.
La verità è che la gente non imparerà mai!!...E in nome di folli e insensati ideali continuerà sempre a far danni!!... Crying or Very sad

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